Il Commercio Equo e Solidale

........."La nascita del Commercio Equo e Solidale affonda le sue radici nella constatazione di uno squilibrio nel rapporto commerciale fra paesi del Nord e del Sud del mondo, squilibrio che si manifesta in maniera palese analizzando i principali prodotti alimentari, i prodotti storici d'importazione, che poi sono caffè, zucchero, cacao, te ecc.
L'imposizione di una specializzazione produttiva orientata all'esportazione di uno o due soli prodotti, il sempre minor valore aggiunto che tali prodotti hanno sul mercato e, non ultima, la scarsa ricaduta dei guadagni che da essi derivano - a causa di un controllo perlopiù esterno del ciclo produttivo - fanno sì che molti paesi del Sud del mondo siano stretti in una morsa di povertà che ha, fra le tante finalità, quella di garantire un prezzo basso per i consumatori occidentali (nonché un cospicuo guadagno per le multinazionali investitrici).

..........Proprio per far fronte a tale squilibrio nasce il Commercio Equo e Solidale, una nuova forma di cooperazione internazionale che rimette in discussione non solo i meccanismi di rapporto Nord-Sud, ma anche le stesse modalità di fare cooperazione, attraverso un rapporto diretto fra cittadini del Nord e del Sud del mondo non più basato su meccanismi di assistenza paternalistica o di semplice solidarietà, ma di partecipazione, conoscenza e cooperazione reciproca: di pari dignità.

La dignità che il Commercio Equo e Solidale ha voluto tutelare, o meglio valorizzare equamente, è innanzi tutto stata di natura socio-economica, evitando cioè meccanismi di sfruttamento o di uniformazione condizionante; a ciò si aggiunge oggi la consapevolezza della necessità di tutelare altre "dignità": di natura ambientale, culturale, umana e anche "tecnico/scientifica", laddove effettivamente la cultura dei paesi del Nord può portare un suo importante contributo. Resta il fatto fondamentale che il contributo che il Nord del mondo può portare - che non è (per carità!) solo di natura tecnico/scientifica - deve garantire pari dignità al contributo che altri soggetti diversi del mondo possono portare o portano effettivamente.
La possibilità, quindi, che il Commercio Equo e Solidale offre di tutelare la biodiversità è innanzitutto legata alla necessaria visione olistica della stessa; allora, per esempio, la tutela della biodiversità naturale della foresta amazzonica passa innanzi tutto attraverso la garanzia di una dignità propria delle diverse culture che la abitano (non c'è garanzia di preservare la diversità insita nella pianta del guaranà se non si preserva anche la cultura che a essa è legata, quella degli indios Sateré-Mawé).
Con questo non si vuole intendere che noi dovremmo farci carico della preservazione della cultura dei Sateré-Mawé- secondo una visione ancora parternalistica - ma che il meccanismo di relazione fra gli abitanti della terra del guaranà e il resto del mondo e fra il resto del mondo e loro, sia di per sé garanzia di preservazione, perché rispondente a meccanismi di partecipazione in pari dignità, di equità e giustizia.

Il Commercio Equo e Solidale cambia la prospettiva: attraverso il rispetto della dignità di ognuno - il che vuol dire riconoscere anche il GAP esistente fra diversi soggetti del "villaggio globale" - garantisce la preservazione della diversità culturale, evolutiva, ambientale ecc. in buona sostanza della biodiversità tout-court.

All'interno di questo discorso - e all'interno della sua evoluzione storica - trova particolare spazio il discorso sulla biodiversità naturale, minacciata se non addirittura compromessa dallo sviluppo di pratiche produttive ed estrattive non sostenibili dall'ambiente naturale. Per quanto riguarda il mercato alimentare questo si rispecchia in una preoccupazione crescente circa l'industrializzazione della produzione alimentare, con prodotti sempre più manipolati (fertilizzanti chimici, insetticidi, manipolazione genetica ecc.) al semplice fine di aumentarne la produttività, dimenticando non solo i diritti dei produttori del Sud, ma anche quelli dei consumatori del Nord.

È proprio da essi che viene la critica ai "prodotti non coerenti con la natura", prodotti sezionati ed analizzati nelle loro singole caratteristiche e quindi manipolati ah hoc da un'industria vera a propria, con proprie tecniche, pratiche e finalità: aumento della quantità e del profitto.
Da questa critica prendono le mosse due alternative, assolutamente complementari ma spesso separate: quella che potremmo chiamare del biologico e quella che potremmo dire "culturale".


L'alternativa biologica è sicuramente apprezzabile in quanto si fa carico di garantire una sostenibilità ambientale della produzione alimentare, mettendo al centro l'interesse dell'ambiente e della salute dei consumatori; ma di per sé non garantisce circa la tutela culturale del singolo prodotto, ossia non garantisce i diritti di dignità della cultura che lo esprime, la biodiversità culturale, necessaria e complementare a quella ambientale.
Il condizionamento tecnoscientifico di cui siamo spesso vittime non solo riduce la tutela di un prodotto ad alcune condizioni date e controllate in maniera sistematica, riducendo l'importanza del legame fra l'ambiente naturale e la cultura che lo abita, ma dimentica anche la complessità, la cultura insita nella natura stessa.I prodotti alimentari e naturali in genere sono infatti sezionati e analizzati minuziosamente, i singoli principi attivi vengono catalogati e assegnati a specifiche necessità, trascurando totalmente le caratteristiche fitocomplesse insite in ogni prodotto, che sono sia di natura ambientale che di natura culturale. Volendo fare un esempio prendendo ancora come prodotto il guaranà: se ci si limitasse soltanto ai principi attivi presenti nella pianta, fra i quali sicuramente spicca la caffeina (presente con una concentrazione superiore di cinque volte alla pianta del caffè) si dimenticherebbe che la pianta (o meglio il seme) del guaranà è un tutt'uno di tutti i suoi elementi "attivi" nonché della cultura che lo esprime, ossia della cultura Sateré-Mawé. Allora il guaranà non è solo la somma di caffeina, teofillina, teobromina ecc. non è solo un antiossidante perché la caffeina contiene alcuni tipi di fenoli, non è solo un potente preventivo delle malattie cardiovascolari in quanto stimola la produzione lipoproteine ad alta intensità, non è solo un rilassante muscolare perché contiene alcune xantine, non solo è diuretico, antidiarroico, detossificante, ma è anche e soprattutto l'insieme organico di tutto ciò unito alla cultura che lo esprime, quella dei Sateré-Mawé.

La tutela della biodiversità insita nella pianta e nell'ecosistema di riferimento del guaranà non può quindi prescindere dalla preservazione della cultura che lo esprime, della gente che, in un certo senso "lo abita e lo vive". (Michele Papagna)

Il rispetto delle culture altrui è di fondamentale importanza, sia per dare senso più profondo a oggettive condizioni di equità e giustizia (anche economica) che il commercio equo persegue, sia per riconoscere l'effettivo contributo che ogni cultura può portare al Progetto Sostenibilità, che poi non è altro che la tutela della biodiversità nel mondo.
Ecco perché, ritornando al Turismo Responsabile, il discorso vale in egual maniera: "Innanzi tutto il turismo è un'eccezionale occasione di scambio, incontro e conoscenza reciproca e, in quanto tale, non può che essere una cosa molto positiva (viva il turismo!).

Ciononostante può anche essere - come abbiamo visto - occasione di esclusione, di squilibrio, di distruzione. Anche il turismo quindi deve perseguire la strada della pari dignità, raggiungibile attraverso conoscenza e consapevolezza delle proprie caratteristiche prima che delle eventuali differenze, in modo tale che l'esperienza turistica sia una reale esperienza d'incontro e scambio, un confronto di valori. Sono in questo senso il turismo può diventare veicolo di conoscenza e di cambiamento reciproco, così come per il Commercio Equo e Solidale. Solo in tale maniera anche il turismo, declinato concretamente secondo esigenze di sostenibilità e responsabilità, può raggiungere lo scopo di essere sostenibile, di preservare la diversità nel mondo senza conservarla sotto campane di vetro, che poi si rompono facilmente." (Michele Papagna)

Vediamo ora la realtà concreta degli ormai "famosi" indios Sateré-Mawé, abitanti e custodi della terra del guaranà, realtà che racchiude (concretamente e potenzialmente) le due tematiche che andiamo trattando:

"Gli indios Sateré-Mawé sono molto interessati alla prospettiva di realizzare un progetto di cooperazione con Ong italiane e comunità locali cabocle per realizzare pacchetti turistici che portino visitatori europei all'interno del loro territorio, facile da trovare sulla mappa: al centro della foresta amazzonica brasiliana. Il loro Consiglio tribale considera infatti questo progetto di primaria importanza strategica per la difesa delle terre ancestrali e la sopravvivenza delle piante del giardino sacro che l'Imperatore in persona (sostengono) ha lasciato in custodia ai Sateré-Mawé. Un punto di vista che potrebbe essere considerato con diffidenza, perché sfida brutalmente la logica e l'immaginario europeo sugli indios!
Nondimeno, chi lo propone ha le credenziali per farlo: come popolo e come organizzazione socio-politica. Sono infatti, i Sateré-Mawé, quel piccolo popolo, allora consistente, a occhio dei tecnici della FUNAI, di poco più di 4000 anime, che, a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta, ancora in piena dittatura militare e sotto un sistema legislativo e una giurisprudenza unanimi e perfettamente vigenti (su cui ancora non soffiava il vento della nuova Costituzione repubblicana brasiliana), in base ai quali gli indios erano considerati 'relativamente' incapaci di esercitare diritti, é riuscito non solo ad espellere dal suo territorio il colosso francese Elf Aquitaine , ma a negoziare e ottenere di fronte all'autorità giudiziaria una non del tutto irrisoria indennizzazione per i danni economici e alla salute derivati dalle conseguenti devastazioni ambientali. Poco tempo dopo, i Sateré-Mawé saranno tra i primi ad ottenere la demarcazione (1982) e il riconoscimento pieno come Area Indigena (1986), se non certo dei vasti territori ancestrali (un paio di volte l'Italia) estesi tra il Tapajós, il Madeira e il Río delle Amazzoni, almeno di quella parte del territorio in cui l'organizzazione politica tradizionale, sotto l'autorità senza potere dei tuchauas, ancora governava le relazioni sociali fondamentali.
Ed é la loro organizzazione socio-politica, il CGTSM (Conselho Geral da Tribo Sateré-Mawé) che, nato alla fine degli anni ottanta sull'onda del generale movimento di riorganizzazione 'moderna' delle etnie indigene, ha innescato negli ultimi sei anni un originale e altamente innovativo processo di autodeterminazione di uno sviluppo sostenibile costruito intorno alla salvaguardia di quello che gli anziani della tribù hanno chiamato 'sateré-mawé éco ga'apypiat waraná mimotypoot sése', espressione che potremmo molto grossomodo tradurre con: 'santuario ecologico e culturale del guaranà del popolo Sateré-Mawé' (si tratta, in effetti, dell'unico banco genetico del guaranà al mondo). E che l'ha fatto senza l'aiuto di nessuno, ma cucendo pazientemente partnership e alleanze a livello internazionale, nazionale e locale intorno a tutto quanto poteva essere fatto utilizzando la rendita della vendita del guaranà sotto l'egida del Commercio Equo e Solidale; scucendo allo stesso tempo delicatamente filo per filo (in un processo ancora lontano dall'essere concluso), senza violenza ma con diplomazia e fermezza, l'intricata tela dello sfruttamento economico, dell'oppressione culturale e dell'asservimento politico dei 7000 Sateré-Mawé di oggi.
Ora, se i rappresentanti di questo popolo adesso ci dicono che vogliono 'fare turismo nella Riserva', possiamo fargli credito almeno del fatto che sappiano quello che vogliono e diventa allora stimolante un'altra sfida concettuale: quella di provare a intendere e interpretare le loro ragioni specifiche come un contributo originale alla costruzione di un'idea e di una pratica di Turismo Responsabile.

Credo che il modo più efficace di procedere, anche se un po' rozzo, sia quello di cominciare provando ad applicare alla realtà dei Sateré-Mawé i nostri più ovvi presupposti in merito alle conseguenze negative virtuali del turismo (un turismo senza connotazioni specifiche, a questo punto del ragionamento) e vedere se reggono all'impatto con la realtà.
Noi sappiamo infatti senza ombra di dubbio che il turismo, non fosse che semplicemente in quanto forma di contatto, é potenziale veicolo, presso una comunità o una società relativamente isolata come quella dei Sateré-Mawé, di crisi culturale e senso di inferiorità tecnologica, induzione di bisogni imitativi, corruzione, distruzione dei vincoli di solidarietà attraverso il danaro, prostituzione, contagio, impatto ambientale ecc. e infine abbandono, repressione o svuotamento caricaturale di significato delle pratiche che incorporano e mantengono vive le più preziose conoscenze tradizionali.

Bene. La prima cosa da intendere è fino a che punto i Sateré-Mawé abbiano già dimostrato di saper sopravvivere a tutto questo. Una volta che sia davvero inteso fino a che punto tutto il peggio sia già avvenuto, occorre provare a lasciarsi andare a intuire la profondità dell'universo culturale che ha fino ad oggi fatto sì che i Sateré-Mawé fronteggiassero tutto questo senza essere spazzati via. Infine, occorrerà, il più sinteticamente possibile, misurare la portata della posta in gioco racchiusa nel 'progetto di futuro' di cui il Consiglio Tribale si è assunto in maniera statutaria la responsabilità di fronte alla confederazione di molte nazioni (o, per gli antropologi: 'molti clan') genericamente chiamate Mawé (anticamente in guerra tra loro) di cui è espressione politica (riconosciuta e legittimata dallo Stato brasiliano come - ed é già qualcosa- 'associazione senza fini di lucro').
A quel punto, diventerà forse facile considerare l'interesse del CGTSM per la creazione di un minimo di infrastrutture e per la formazione di alcuni operatori indigeni che possano gestire un modesto e qualificato flusso turistico in una parte della Riserva come pura espressione di buon senso.
I Sateré-Mawé hanno alle spalle più di 350 anni di 'contatto'. Molto simile, molto uguale a quello che ha significato il genocidio di decine e decine di nazioni indigene che, fieramente, non si sono piegate e l'etnocidio di altrettante che, nella disperazione, sono state piegate. Solo che i Sateré-Mawé hanno piuttosto opposto, invece di un inflessibile rigore spesso troppo facile da spezzare, un inafferrabile muro di gomma.
Da secoli i loro villaggi a pianta rotonda, la topologia delle grandi malocas in cui stava pericolosamente inscritta la visione scientifica indigena del mondo e del cosmo, sono stati sistematicamente distrutti e le famiglie deportate in 'assentamentos' (località di sedentarizzazione forzata). L'autorità dei toisà ('tuchaua', in lingua geral interetnica) Sateré-Mawé, capi senza potere di persone libere ed eguali, è stata ridicolizzata dall'affiancarsi coatto dell'istituzione del 'capitano' indigeno (capitão): immagine della subordinazione all'ultimo gradino della piramide militare dello Stato sorretta da un'ideologia da caserma. Risalendo con le loro imbarcazioni fino agli ultimi villaggi presso le sorgenti dell'Andirà e del Marau, i patrões (letteralmente: padroni - così ancora si chiamano i commercianti dell'interno amazzonico) hanno 'avviato' per secoli al commercio, ovvero alla schiavitù per debiti, gli indios sfuggiti alla schiavitù forzata: allettando i 'selvaggi', 'os silvícolas', alla dipendenza psicologica dai prodotti di scarto della società industrializzata, in cambio della loro forza lavoro da utilizzare nel saccheggio delle preziose materie prime offerte dalla biodiversità della foresta. L'estrattivismo predatorio includeva anche i bambini: una volta indotte le famiglie a consegnarli perché ricevessero una buona istruzione, erano imbarcati come schiavi, e se rivoltosi o fiacchi, buttati a fiume dentro un sacco. In tempi più recenti per i Sateré-Mawé, dopo quella della gomma degli inizi del secolo scorso, forse ancora più imponente fu l'epopea del legno rosa: l'albero (ormai raro nel mondo) da cui si ricava una ricercatissima essenza per profumi. Migliaia e migliaia di tronchi di 'pau rosa', individuati, tagliati e trasportati dai Sateré-Mawé a costi irrisori, hanno disceso mestamente l'Andirà e il Marau durante vari decenni, sotto l'alto patrocinio della Società di Protezione dell'Indio (idem) e agli ordini diretti, in lingua locale, dei capitãos indigeni (interiormente soddisfatti o meno del loro ruolo) creati e cooptati nella struttura pubblica. Il flusso e la presenza dei 'bianchi' erano tanto intensi che ancora oggi la memoria del bordello delle ragazze indie Sateré-Mawé di Ponta Alegre, il primo e allora più importante villaggio risalendo l'Andirà, é viva nei bassifondi di Manaus.

Ancora dieci anni fa (malgrado gli sforzi del Centro de Trabalho Indigenista de São Paulo (2)) il guaranà prodotto dai Sateré-Mawé era ormai pochissimo: valeva così poco, venduto ai patrões, e così poco la pena coltivarlo, che la gran parte delle antiche piantagioni (nel '700 i Mawé già esportavano guaranà fuori dall'attuale territorio brasiliano....) era stata ingoiata dalla 'capoeira', la foresta secondaria. Miglior sorte comunque, quella del guaranà, per il fatto di essere apprezzato dai Gesuiti, rispetto a quella di altre piante magico-rituali, come l'ayauasca e il paricá (nonché della 'maconha', più nota altrove come marijuana, che forse però fu introdotta solo successivamente dai rivoluzionari Cabanos). Piante il cui uso, culturalmente controllato, è stato nel tempo arbitrariamente represso dall'autorità pubblica o stigmatizzato dalle varie chiese (i Sateré-Mawé sono tutti cristiani: cattolici, avventisti, battisti o dell' 'Assembléia de Deus') ed è oggi sempre più riserva di caccia delle multinazionali farmaceutiche americane -in vista di brevettazioni tanto abusive quanto illegale è ormai la repressione degli usi e costumi tradizionali. Tanto che da molto tempo i 'paini' ('pajé' in 'lingua geral' interetnica), gli sciamani dei Sateré-Mawé, per i loro viaggi rituali di cura nei mondi delle ombre ora usano quasi sempre la cachaça, o direttamente l'alcol etilico.
'Sateré', 'Mawé', 'Andirá', 'Pajé', 'Tuchaua', 'Çapó', e altri tratti dalla cultura indigena, sono comunque tutti nomi di marche registrate di guaranà prodotto non dai Sateré-Mawé, ma con la loro tecnologia di base e, spesso, in quelli che erano i loro antichi territori. Miquiles, Oliveira e pochi altri sono i cognomi diffusi tra i Sateré-Mawé, con cui sono registrati (quasi tutti) presso la FUNAI e (molti) come cittadini elettori. Cognomi venuti dal Portogallo, di famiglie notabili locali che con gli indios istituirono nel corso della storia rapporti di padrinato e servaggio. L'eredità di oggi ne è il paternalismo assistenzialista della FUNAI intrecciato con il clientelismo politico dei notabili dell'oligarchia locale: intreccio di fronte a cui l'aderenza allo stereotipo dell'indio pigro e accattone, che ancora permea la subcultura regionale espressa dalla società amazzonica che attornia le aree indigene, diventa l'unica chance di sopravvivenza offerta.
Eppure, questo quadro desolante non è affatto la caratteristica dominante e qualificante della realtà dei Sateré-Mawé: non lo è di certo oggi, ma neppure lo era ieri.
Qui entra infatti in gioco la 'cultura': la cultura tradizionale indigena non come un reperto da custodire in un museo antropologico, o come elemento di biodiversità da proteggere in un giardino zoologico umano, ma come sistema di conoscenze e di pensiero vivi e attuali, virtualmente in grado di intendere creativamente il mondo dei bianchi e di determinare strategie efficaci per agire autonomamente nel mondo globalizzato: un mondo dal quale i Sateré-Mawé, dal cuore della foresta, non hanno mai pensato di essere né di voler stare in qualche modo fuori. Neanche quando andavano in giro ovunque liberamente nudi, neanche quando tagliavano e ricamavano teste e mangiavano ed erano mangiati dai loro nemici; neanche quando, in guerra coi bianchi, e senza fare distinzione tra Cabanos rivoluzionari e truppe reazionarie, fasciavano i loro anziani perché avessero il tempo di sopravvivere qualche ora in più alle esalazioni del veleno, e li sacrificavano al lavoro di estrazione di quell'altro lattice ben diverso dal caucciù, quello dell'albero del caicuí, in cui intingere la punta delle frecce con cui avrebbero difeso l'accesso ai fiumi.
Ma in che consiste questa 'cultura'?
C'era una volta una donna (racconto grossolanamente in pochi minuti una storia che meriterebbe una notte intera) che aveva due fratelli che non volevano che lei si sposasse. Perché lei era una guaritrice con le erbe, e loro volevano che lei si prendesse cura solo di loro. Ma un serpentello le toccò una gamba, e lei ne rimase incinta (proprio così). I fratelli allora la espulsero dal suo stesso giardino, il giardino di Nosoquem. Quando ebbe 5 anni però, al bambino venne voglia di tornare per mangiare le castagne (che noi chiamiamo 'noci del Brasile') dell'albero più grande di Nosoquem e gli zii ne approfittarono per farlo fare a pezzi. La madre, accorsa, raccolse i resti del bambino e gli disse (anche se era già morto): "E va bene, figlio mio. Sono stati i tuoi zii ad ordinare di ammazzarti. Volevano che tu restassi un povero disgraziato, ma non sarà così. Tu sarai la più grande forza della natura, tu farai il bene di tutti gli uomini, tu sarai grande, tu libererai gli uomini da certi mali e li curerai da altri". Poi lo seppellì e seppellì a parte, in due buche, gli occhi. Da un occhio nacque in seguito la pianta del falso guaranà, e poi dall'altro la pianta del guaranà autentico; dalla tomba in cui seppellì i resti del corpo, sorsero invece, nel giro di alcuni giorni, vari animali; per prima la scimmia caiarara (una scimmia sempre nervosa, agitata, irritabile, angosciata, che cammina in fila indiana e lascia il proprio cibo per andare a rubare quello degli altri membri del branco (3)) antenata dell'uomo bianco. Per ultimo, infine, risorse il bambino: come capostipite di tutti gli indios Sateré-Mawé.
Che ci racconta questa storia?
- Prima di tutto, di una donna che rinuncia a vendicarsi sui fratelli assassini. Risposta non-violenta al destino, che fa pensare alla concezione di non-violenza di quel René Girard caro ad Alex Zanotelli: una non-violenza estranea a qualsiasi fondamento morale eteronomo (prima di lei, la legge della faida, del circolo vizioso dell'odio senza fine, é intrinseca all'esistenza) o sentimentale (in nessun momento in lei traspare un qualche bisogno di perdonare i fratelli, di salvare il loro affetto), ma che semplicemente si attua in una risposta in positivo alla dipendenza meccanica dal non senso, attraverso un atto imprevedibile e unilaterale di libertà, fondatore della civiltà e della storia.
Da allora infatti, ogni volta che i Sateré-Mawé si riuniscono per decidere qualcosa nell'interesse di tutti, circola tra i presenti il Çapó (pr: sapó), la bevanda ricavata dai semi polverizzati, diluiti in acqua, del frutto dell'autentico guaranà (un frutto che, quando, maturo, si schiude, ci appare come l'occhio grande di un bambino); e allora la comunione con la saggezza di quell'Antico bambino, primo toisá dei Sateré-Mawé, i cui occhi separano il vero dal falso, ispira a ciascuno le belle parole di saggezza, le frasi che hanno un senso, che creano l'armonia tra i presenti e governano la vita funzionale della società.
- Poi, questa storia ci dice che il guaranà è per tutti. Non è fatto per restare rinchiuso ad arrampicarsi nella penombra della foresta vergine. I Sateré-Mawé (comunque si chiamassero prima) il loro Waraná ('guaranà' è solo in portoghese) lo coltivano in campo aperto e mondato, come un grande cespuglio alla luce del sole, e lo inviano da sempre oltre i confini del mondo per loro fisicamente raggiungibile. Da sempre, dunque, commercializzano (cioè scambiano) con tutti, belle e salutari parole di saggezza (e l'idea che il 'principio attivo' stimolante del guaranà sia la caffeina, o quello antiossidante il tocoferolo d della vitamina E, per i Sateré-Mawé é, di conseguenza, assolutamente esilarante).
Per questo i Sateré-Mawé sono Maestri della politica: di quella interetnica quanto di quella intraetnica. Arte politica nel senso nobile e alto della parola originaria dell'antica Grecia (ma che implica una speciale vocazione a muoversi a proprio agio anche nel mondo della bassa cucina politica nelle città dei 'bianchi' (4)), come arte dell'incontro e della creativa armonizzazione degli orientamenti personali: questo é il nocciolo duro della cultura dei figli del guaranà! Almeno quello che sembra generato dalla componente venuta dall'ovest, dall'ombra delle Ande, in epoca tanto lontana da farla considerare autoctona, intrisa di risonanze Guaraní e incaiche, di cui verosimilmente il clan Waraná é la componente principale.
Ma altrettanto importante, nel fondare l'epistemologia dei Sateré-Mawé, é ciò che porta il segno della componente migrata dai bordi dell'Atlantico, di ceppo Tupi, al primo impatto con l'arrivo dei bianchi, senza la quale sarebbe stato inimmaginabile il Porantim.
Chi è costui? Un pezzo di legno di quasi un metro e mezzo, che apparteneva all'eroe mitico Uaciri-Pot, del clan Sateré. A seconda dei punti di vista, il Porantim può essere paragonato a un 'remo magico' o ad 'una clava'. Ma lo si considera un vecchio, ancora vivo e vegeto, dalle ossa tanto fragili che lo spostano di rado e molto lentamente, tenendolo in due. I Sateré-Mawé dicono di lui: "é la nostra Bibbia". Ci sono infatti incisi in rilievo dei segni (una dozzina di losanghe appaiate, attraversate ad un certo punto orizzontalmente da una greca a due nodi, uniti da una spezzata, che sembrano far ruotare gli altri ganci in senso convergente, alla quale si giustappongono 46 puntini ....) che, dicono sempre loro, nessuno ormai sa più leggere. Ogni puntino é una storia sacra (una leggenda, un mito) dei Sateré-Mawé. Uno di essi è la storia del guaranà accennata più sopra. Bisogna dire che il remo, ovviamente, ha anche un'altra faccia, con incisioni del tutto simili, dove però non c'è scritto che di guerra e menzogne; ed è quindi meglio non parlarne.
Il vecchietto è un giudice tremendo: quando due contendenti hanno tanta fiducia in lui e in se stessi da volerlo davvero chiamare a testimone di una lite, lui impone la Legge, e la pena per chi non la attua è la morte (è lui stesso che uccide, fulminando con tacita maledizione). Qual è la legge? Non è certo un sistema di norme eteronome, là dove un popolo è libero. È invece il rispetto di un metodo di risoluzione dei conflitti che, una volta accettato, è da attuare fino alle ultime conseguenze. I due contendenti devono infatti mostrare ciascuno a turno di saper ascoltare fino in fondo le ragioni dell'altro e di saperle quindi esporre con correttezza e precisione; poi, di saper progressivamente risalire alle ragioni ultime del conflitto, fino a scioglierne, alla fine, il nodo. Un dettaglio: non serve a nulla riuscire a togliere ogni ombra di dubbio al pubblico presente sul fatto di avere la ragione totalmente dalla propria parte; non serve a nulla vincere inconfutabilmente la disputa mostrando di saper meglio fare appello alle storie sacre incise sul corpo del vecchio, che delineano gli archetipi degli atti e dei fatti umani. Se il nodo non si scioglie, se il conflitto non si annulla, se i contendenti non ne escono capaci di riderci sopra, entrambi muoiono.
L'unica Legge di una società senza Stato è quella che impone di non introdurre la divisione dentro la comunità.
Oggi il Porantim riposa nascosto in luogo segreto della Riserva, e il CGTSM ne incarna (in forma certo molto più indulgente) la funzione, ma il retaggio culturale vivo di quell'antica scienza dell'organizzazione (quanti consigli di amministrazione di multinazionali non amerebbero implementarla nei propri staff?), aiuta a farsi una ragione del fatto che la variegatissima gamma di tentativi di divisione indotti nel tempo fino ad oggi dall'esterno (di una società peraltro al proprio interno estremamente vivace, complessa e articolata, con almeno 10 organizzazioni autonome facenti capo al CGTSM), divisione che oggi più che mai aprirebbe il varco a potenti dinamiche di etnocidio, non abbiano finora mai registrato significativi successi.
I segni dell'impatto violentissimo di 350 anni di contatto possiamo invece contemplarli simbolicamente tradotti nella bandiera del Consiglio tribale (5). Da lontano (ne descrivo solo gli elementi che qui più ci interessano), sembra quella brasiliana: uno sfondo verde (rappresenta le 'nostre foreste', dicono i Brasiliani), una losanga gialla al centro. Sul Porantim, la losanga rappresenta "i primi giorni della Tribù" (6). Al centro della losanga, nella bandiera federale brasiliana, c'è un emisfero celeste con le stelle che rappresentano gli stati federati, attraversato dal motto: ordem e progresso (ordine e progresso) del positivismo dello Stato repubblicano. Va detto che sul Porantim, dentro la losanga, c'è "un disco incompleto che rappresenta l'inizio del Mondo, cioè dell'esistenza dei Maués legata alle cose della Terra" (idem). Ma qui, sulla bandiera degli indios, l'emisfero ha preso la forma di un cuore (tipo San Valentino, ma sappiamo da altri disegni che può essere visto anche come una sezione di bastone (7) di guaranà), con al centro la scritta CGTSM, e sotto: IS 9:6. Il versetto della Bibbia a cui si allude è (e quale altro mai avrebbe potuto essere?) quello della profezia di Isaia che recita (traduco da una versione protestante ecumenica in brasiliano) così: "Perché un bambino ci nacque, un figlio ci fu dato: il principato sta sulle sue spalle, e il suo nome sarà: Meraviglioso, Consigliere, Dio Forte, Padre dell'Eternità, Principe della Pace".
Credo che, di fronte a una tale capacità di assimilazione creativa, si possa solo pensare che l'impatto sui Sateré-Mawé di un progetto di turismo, per di più circoscritto, selezionato e qualificato, sia una questione che, pur essendo interessantissima da studiare e gestire nei suoi aspetti specifici nell'ambito della costruzione e sperimentazione del progetto, non potrebbe in alcun modo spaventare! Per intendere però quanto ne valga davvero la pena, é ora necessario intendere meglio cosa sia il 'projeto Guaraná', ovvero il 'projeto do futuro', ovvero -un terzo modo per dire la stessa cosa-, il 'sateré-mawé éco ga'apypiat waraná mimotypoot sése'.

Per starci dentro, dovrò esprimermi, come promesso, in modo davvero schematico:
1) presupposto fondamentale: nel processo di sviluppo dell'Amazzonia, il destino dei Sateré-Mawé, come quello di tutti gli indios, e a dispetto della conquista ormai quasi scontata della demarcazione di quasi tutti i territori attualmente occupati, è segnato: lo è perché agenti esterni pubblico-privati in partnership negozieranno da posizioni di forza incommensurabili l'accesso alla biodiversità in funzione biotecnologica o l'accesso alle risorse del sottosuolo delle aree demarcate. A meno che......
2) ....a meno che le società indigene non siano in grado di mostrare (abbastanza in fretta...) di saper fare un uso migliore del territorio, costituendosi non più come intralcio allo sviluppo (predatorio), bensì, al contrario, come un motore dello sviluppo (sostenibile) locale e globale.
3) Che un'assurdità del genere sia possibile, è quel che i Sateré-Mawé stanno dimostrando.
4) L'agire politico del CGTSM si fonda grossomodo su 3 princìpi:
a) l'autonomia politica è inutile rivendicarla a vuoto, solo la si costruisce davvero nella pratica, fondandola sull'autonomia delle scelte economiche.
b) la relazione con qualsiasi partner si stabilisce sulla base della reciprocità, della trasparenza e dell'armonia degli interessi, della complementarità delle differenti caratteristiche funzionali, della concertazione dell'azione; mai sulla dipendenza da aiuti o assistenza. Anche i finanziamenti a fondo perduto (finora zero) vanno attratti con i risultati ottenuti con le proprie forze, e non inseguiti (questione, non secondaria, di stile).
c) investire le risorse organizzative nel realizzare concretamente gli obbiettivi positivi posti è prioritario rispetto all'accettare provocazioni, impantanarsi in terreni di scontro politico-legale, o contrastare direttamente le situazioni di sfruttamento e oppressione presenti in base solo a valori astratti.
Senza un'adesione coerente a questi tre princìpi (niente affatto facile, perché le inerzie e le resistenze del sistema sollecitano continuamente in direzione opposta), il 'progetto guaranà' sarebbe affondato da tempo, per le cause più svariate.
5) La strategia di sviluppo sostenibile del CGTSM si fonda su tre scommesse:
a) che una dinamica di sviluppo possa cominciare dal nulla, dal livello micro e con risorse zero, aggregando progressivamente consenso, partecipazione, partnership. (Esempio: 20 kg di guaranà in polvere dal raccolto del '95-'96, 450 kg nel '96-'97, 1 t. nel '97-'98, 1,4 t. nel '98-'99, 3,3 t. nel '99-00, e tutto l'eccedente l'autoconsumo prodotto dai Sateré-Mawé, più di 5 t., venduto nel 2000-2001).
Come dire: non fu necessario, per vendere informalmente 20 kg di guaranà ad una bottega del mondo italiana sperando che andasse via, organizzare una decisione compiutamente democratica e cosciente sulle vaghe implicazioni futuribili del progetto, che sarebbe costata dieci volte l'intero 'fatturato'; né una ricerca sul potenziale di mercato.
b) che esista sempre, per qualsiasi problema di ordine economico che si presenti nel contesto di una dinamica di sviluppo, una (o più d'una) soluzione creativa che armonizzi perfettamente, che renda sinergici e complementari: I la salvaguardia ambientale, II il riscatto culturale e III la risposta ai bisogni fondamentali.
Come dire: non è affatto necessario, anzi, è economicamente disastroso, preoccuparsi di definire una scala di priorità o dei pesi che equilibrino l'investimento in questi tre obbiettivi: al contrario, ogni azione deve avere questa triplice valenza.
c) che il reiterarsi continuo, nella pratica, del circolo virtuoso tra ecologia, cultura e risposta ai bisogni sociali comporti l'emergere e il rafforzarsi di una struttura organizzativa sempre più adeguatamente complessa, che si costruisce su tale identità strategica.
Come dire che non solo progetto guaranà, progetto del futuro, 'sateré-mawé éco ga'apypiat waraná mimotypoot sése', sono termini pressoché intercambiabili, ma che il CGTSM negli ultimi anni è andato progressivamente costruendosi e modellandosi (in termini di contenuti statutari e pratica quotidiana) sempre più in loro funzione, e ne è lo specchio sempre più trasparente.
6) Dato che è la rendita del guaranà che finanzia tutto lo sviluppo (inteso come: I miglioramento della soddisfazione dei bisogni autodeterminati e della qualità soggettiva della vita, II garanzia nel presente e nel futuro del controllo autonomo sul territorio, III incremento delle risorse naturali, umane e finanziarie), si tratterà di sviluppo economicamente sostenibile solo nella misura in cui tale sviluppo sarà funzionale a mantenere alto il prezzo de guaranà, sufficiente la domanda e adeguata l'offerta. Per quanto brutale possa sembrare, tutto quanto di bello è stato fatto o ideato finora si può e si deve leggere anche in questa chiave.
7) L'internalizzazione dei valori sociali, culturali ed ecologici (che si aggiungono a quelli della qualità peculiare e della cosiddetta 'qualità totale') nel prezzo del guaranà non può basarsi su soluzioni statiche e compiute, buone in assoluto. Ovvero: ogni mutamento opportuno produce comunque un impatto, mai completamente prevedibile, che deve essere gestito con altri mutamenti adeguati in un processo senza fine; se così non si fa, non resta poi che lamentarsi per gli effetti perversi (controproduttivi, avrebbe detto Ivan Illich) che infallibilmente conseguono. Insomma: il Progetto guaranà non è e non somiglia a un 'piano', é piuttosto il codice genetico che sta consentendo alla società Sateré-Mawé di vivere adattandosi al suo ambiente (leggi: il mondo globalizzato).

Definiti gli aspetti metodologici, possiamo passare ad una rozza descrizione dello scenario concreto, in costruzione, in cui essi si calano.
a) 'Commercio equo', si traduce immediatamente nel fatto che le famiglie di produttori ricevono dal CGTSM cinque volte il prezzo loro offerto dai patrões. Sono solo circa 12 dei 40 dollari al kg che il commercio equo europeo paga, e attingono, in misura differenziata, non più del 40% della popolazione tribale, ma anche così sono una bomba sullo stato di cose esistente. I patrões (privati delle entrate sul guaranà) reagiscono inflazionando i prezzi delle loro merci, e il CGTSM in un primo momento risponde organizzando in proprio l'acquisto calmierato di prodotti in città (approfittandone anche per finanziare e valorizzare la produzione tessile artigianale delle donne Sateré urbanizzate) ma questo meccanismo non decolla a causa del peso organizzativo che rappresenta. Tuttavia, il rafforzamento del potere del CGTSM conseguente alle entrate del guaranà (avendo il CGTSM a disposizione 4 dollari per ogni kg venduto esclusivamente per le spese correnti del Consiglio in quanto tale), gli consente tra l'altro di far avviare con successo pratiche per ottenere il riconoscimento di molte pensioni di agricoltore (tutte le famiglie Sateré-Mawé coltivano manioca) che in precedenza erano arbitrariamente omesse. Dato che le pensioni si ricevono in banca, ciò contribuisce decisamente a spostare il baricentro degli scambi commerciali: dalla barca del patrão ai mercati dei centri abitati fuori dalla Riserva, dove i prezzi non sono gonfiati.
Nell'insieme, d'altra parte, siamo così già di fronte ad un incremento notevole del livello dei consumi, senza nessuna o scarsa possibilità di orientamento e incentivazione da parte del CGTSM verso modelli di consumo appropriati, nonché articolati all'utilizzo delle infrastrutture di sviluppo via via finanziate direttamente dal progetto. É quindi di importanza vitale, ora, riuscire a mettere in piedi a Barreirinha, Maués e Parintins tre....... 'botteghe del mondo' indigene (che recuperino l'idea ma vadano ben oltre, per concezione, delle 'cantine' tentate con l'appoggio del CTI negli anni ottanta), le quali, oltre comunque a offrire ai loro associati indigeni un servizio di commercializzazione che consenta di valorizzare meglio i prodotti oggi destinati al mercato locale (manioca e artigianato e poco altro), drenerebbero buona parte del lucro dei commercianti 'bianchi' sugli acquisti tecnologici e alimentari degli indios, trasformandolo (dato che le botteghe perseguirebbero solo un bilancio a pareggio) in difesa dei Sateré-Mawé come consumatori e in conversione tendenziale (da negativo a positivo) dell'impatto ambientale, culturale e sanitario dell'interscambio economico con la società locale (selezionando per la vendita prodotti di qualità, canalizzando le preferenze d'acquisto attraverso una politica dei prezzi coerente). Altrettanto importante il fatto che le botteghe indigene drenerebbero i soldi dall'interno della Riserva, evitando che la monetarizzazione dei rapporti possa mettere in crisi i meccanismi di aiuto reciproco comunitari.
b) I soldi, comunque sia, prima o poi si traducono in rifiuti (che fino a ieri i Sateré-Mawé buttavano dietro la capanna, o, al meglio, trasportavano ai margini del villaggio con la carriola): sacchi di plastica, bottiglie di plastica, lattine di alluminio, latte non di alluminio, e, soprattutto, pile, batterie, residui di costruzione in amianto; pericolosi per la salute e l'ambiente. Per questo il CGTSM ha stabilito una convenzione con l'AMISM (l'associazione delle donne Sateré-Mawé), in base alla quale stanzia per l'AMISM tutti i finanziamenti necessari a infrastrutturare sempre meglio e a gestire l''appalto' della raccolta differenziata (come dettagliato sopra) in tutti i 70 villaggi della Riserva (prima esperienza in Amazzonia!), e il trasporto fino alle discariche urbane (sollecitando allo stesso tempo gli enti locali ad approfittare dell'occasione -la supplenza volontaria al servizio pubblico e il prestigio del progetto guaranà- per trovare finanziamenti al fine di attivare impianti di riciclaggio).
'Zenilda' (la coordinatrice dell'AMISM) 'è diventata matta' - pensavano e dicevano in molti, all'inizio- 'va in giro a raccattare l'immondizia!'. Per fortuna, c'era un argomento capace di far passare la sensibilizzazione a tutti gli altri aspetti di quel che Zenilda chiama 'igiene ambientale': la possibilità remota di inquinamento del guaranà con i metalli pesanti delle pile, che avrebbe chiuso le porte del mercato del Primo Mondo!
c) La cura dell'ecologia ha due facce: attenersi alla capacità di carico dell'ecosistema, ma anche salvaguardare e recuperare la biodiversità. Fino a poco tempo fa succedeva spesso, che un patrão 'ordinasse' a un Sateré-Mawé qualche chilo di miele di jandaira (nome genericamente usato per indicare le decine di specie di api native senza pungiglione). L'indio si addentrava nella foresta, abbatteva l'albero su cui stava l'alveare, vendeva per quattro soldi il mezzo chilo di miele che riusciva a recuperare, e lo sciame moriva.
Le api native sono i garanti della qualità più importante tra quelle che contribuiscono a dare un valore di mercato altissimo al guaranà dei Sateré-Mawé: la differenziazione genetica. Infatti, mentre il tucano, mangiando i frutti ed evacuando i semi, garantisce solo l'interscambio dei semi tra il guaranà della foresta primaria e quello delle piantagioni (soprattutto quelle recuperate dalla foresta secondaria), le api ne garantiscono la pollinizzazione incrociata. Sono le api a realizzare il mito della coevoluzione tra guaranà e Sateré-Mawé. É Uniawanoni, sorella della massima 'divinità' della mitologia Sateré-Mawé, Anumaré Hit, che, piena di nostalgia, preferisce non seguire il fratello in cielo, e rimanere sulla terra in forma di ape, così come i Sateré-Mawé non seguirono l'Imperatore e rimasero a prendersi cura dei frutti della loro terra (8). Infatti, le api native sono responsabili per l'80% della pollinizzazione necessaria a riprodurre la foresta.
La rendita del guaranà finanzia, oltre alla formazione di un'équipe tecnica indigena, la diffusione graduale di allevamenti razionali di api native addomesticate nei villaggi e nei guaraneti. Il miele e il polline, ovviamente, cominciano ad avere una funzione importantissima nel supplire carenze alimentari ancora molto diffuse, nonché nel contrastare, in futuro assieme al propoli, le altrettanto diffuse, specie tra i bambini, malattie respiratorie. Inoltre, una volta incrementata sufficientemente la produzione e garantite le infrastrutture necessarie ad ottenere uno standard di qualità adeguato (prelievo, stoccaggio, pastorizzazione) il mercato per il miele di jandaira (squisito e molto diverso come gusto e proprietà dai nostri), a fioritura di guaranà, sarebbe più che garantito. Naturalmente è quest'ultimo, assieme al raddoppio (come effetto della pollinizzazione) della produttività dei guaraneti e all'incremento della produttività delle fruttifere d'orto e selvatiche intorno ai villaggi, la quale fa anche da richiamo alla selvaggina, l'argomento che più sta convincendo i produttori (anche se l'équipe del CGTSM é a disposizione di chiunque, abbia piante di guaranà o no, voglia cominciare l'attività) a non essere mai più meleiros (raccoglitori di miele, pratica che la cultura condanna anche perché fa arrabbiare l'ape che, secondo gli sciamani, è una strega, pronta a vendicarsi coprendo di piaghe la testa dei figli delle donne che ne mangiano, che occorre poi benedire, perché guariscano, defumandola con un pezzo di nido d'ape (9) e a diventare in massa apicultores.
d) I soldi del guaranà (anche aggiungendovi la produzione di straordinari integratori alimentari come miele e guaranà) di per sé non garantiscono una dieta alimentare integrata. Non solo perché i soldi (e il miele) sono ancora pochi, ma soprattutto perché: I la dipendenza dai miserabili regali dell'assistenzialismo ha disincentivato (manioca a parte) le produzioni per l'autoconsumo, II l'ecosistema è stato impoverito dalle vicende del contatto raccontate più sopra, mentre la popolazione aumenta, III la distribuzione delle piante di guaranà, e quindi del reddito dipendente dal progetto, tra le famiglie è molto disuguale (ciascun capofamiglia, nel tempo, e includendo i lasciti ereditari, ha piantato o mantenuto mondato, se l'ha fatto, quante piante di guaranà gli pareva...). Come cominciare allora a garantire il soddisfacimento dei bisogni fondamentali a tutti? Non certo ridistribuendo il reddito a pioggia: un'elemosina insignificante che si sommerebbe negli effetti nefasti all'assistenzialismo di sempre. La risposta é: spingendo all'estremo le azioni necessarie a salvaguardare un importante valore aggiunto del guaranà (e di qualsiasi altro futuro prodotto, coltivato, allevato o estrattivo): quello di 'prodotto biologico'!
Il nuovo Statuto impegna il CGTSM alla salvaguardia totale del territorio della Riserva dall'ingresso, in ogni forma, di pesticidi e agrotossici. E dato che nell'autoproduzione per autoconsumo nessuno si sarebbe comunque mai sognato di usare pesticidi e agrotossici (perché non ci sono e perché se ci fossero costerebbero), il recupero dell'autoproduzione tradizionale è strategico. Il CGTSM (leggi: il guaranà) conseguentemente finanzia un progetto strategico in questo senso, elaborato e attuato autonomamente dall'AMISM, detto 'della gallina ruspante'. Tale progetto comporta: I Sostituzione delle ultime sopravvissute tra le galline regalate dalla FUNAI (più grandi e carnose ma bisognose di più cure, e quindi ad alta mortalità) curando invece la riproduzione delle galline discendenti da quelle allevate 'dalle nonne' delle indie attuali: piccole, ma ben adattate all'ambiente. II Attraverso una fase transitoria di acquisto di mangime sul mercato esterno, incentivo e orientamento alla piantumazione di vari tipi di piante i cui semi o frutti sono nutrimento adatto alle galline. Alle galline, ma anche, in qualche caso, nutrimento ottimo per gli esseri umani (come la noce della palma di babassù), e anche, spesso, materia prima per l'artigianato femminile tradizionale (collane, braccialetti ecc). III In germe, ciò deve costituire il primo passo verso un manejo (gestione equilibrata) complessivo della flora e della fauna intorno ai villaggi: a copertura pressoché integrale (e tutta biologica, naturalmente!) dei bisogni alimentari umani, ma anche come pre-condizione per il riconoscimento di marchio ecologico per i prodotti estrattivi commercializzabili (a cominciare, appunto, dalle materie prime dell'artigianato).
e) La buona salute nell'alimentazione dipende anche dagli utensili da cucina. Vecchissime padelle di alluminio e latte di idrocarburi riutilizzate non sono certo il meglio. Il meglio per una cucina sana e saporita sono le pentole di terracotta. Erano rimaste vive pochissime anziane signore, maestre in quest'arte in disuso, prima che quest'anno (ultimo dei progetti AMISM finanziato dal CGTSM) queste signore potessero cominciare a dare corsi alle più giovani. Il fatto è che la qualità organolettica legata all'inimitabile torrefazione del guaranà dei Sateré-Mawé raggiunge il suo massimo nei forni di terracotta, che, trattenendo il calore, aiutano a mantenere la gradualità del processo. Nei decenni scorsi però la gran parte dei produttori si è lasciata sedurre dagli imbonitori che spacciavano 'moderni' forni di ferro. É per questo che il CGTSM può investire finanziando anche questa attività dell'AMISM.
Allo stesso tempo infatti, dopo aver a lungo reiterato esortazioni alla riconversione, l'anno scorso il CGTSM ha deliberato un aumento del prezzo d'acquisto del guaranà solo per chi torrefaceva in forni di terracotta. Così ora i produttori di guaranà stanno tutti (esclusi solo quelli che sanno farli da sé) comprando forni dall'AMISM. Ci vorrà fino alla fine del 2002 per completare la riconversione, ma intanto sarà parallelamente rifiorito anche tutto il ventaglio immaginativo dell'artigianato tradizionale in terracotta (essenzialmente per uso interno, ma marginalmente anche per il commercio).
f) Su di un altro piano, il fattore più determinante del consolidamento organizzativo del CGTSM (oltre che, per converso, il punto debole dei tentativi esogeni di farlo fuori dalla gestione dei soldi del progetto, sostituendolo con leader indigeni screditati) è stato il fare coerentemente appello all'esigenza di qualità relativa agli standard igienico-sanitari del prodotto richiesti dai partner europei. Standard del mitico 'primo mondo'.
Ai primi tempi del progetto, quando Obadias, coordinatore del CGTSM, andava dai produttori, era visto di fatto, quando si presentava nella veste di compratore, né più né meno come un patrão. L'assemblea del gennaio 2001 è stata la prima in cui non si è più levata nessuna voce a mettere a confronto la prospettiva dei produttori : "vorremmo essere pagati subito, e non metà alla consegna e metà vari mesi dopo!"; e quella dei coordinatori del CGTSM: "non è così che funziona! la verità è che noi siamo pagati, in parte, vari mesi prima, e il resto non appena la merce arriva in Europa!". Nella concezione spontanea dei produttori infatti, il guaranà non apparteneva più a loro dal momento esatto in cui non era più nelle loro mani. E qualche volta, dal momento che era destinato ai bianchi, poteva anche non essere messo in fumeiro (la forma migliore in assoluto di conservazione: scaldato in permanenza dal tenue fumo di legni aromatici come il murici): per non perdere umidità, ovvero peso - e finire col riempirsi di funghi. Grande disappunto quando, di conseguenza, il CGTSM si rifiutava di comprarlo!
Il vero punto di svolta fu il censimento realizzato con la collaborazione di due tecnici del corso di formazione per cooperanti in Amazzonia di CTM-MLAL inviati a far tirocinio nella Riserva, censimento che ha segnato l'inizio della distribuzione a tutti i produttori da parte del CGTSM di sacchi di iuta naturale numerati.
Non è facile immaginare com'è vendere e comprare nei negozi d'Europa senza aver mai visto, nella gran parte dei casi, neppure Manaus..... eppure oggi i produttori sono tutti in qualche modo consapevoli che il loro guaranà non è mai stato così loro come quando sta esposto nelle vetrine dall'altro capo del mondo, e ne sentono la responsabilità. Il CGTSM è oggi in grado, se i distributori europei volessero girare questo servizio al consumatore, di fornire la tracciabilità di ogni chilo di guaranà in polvere esportato: villaggio di provenienza, nome del produttore, caratteristiche del guaraneto. E i produttori oggi non si identificano più vagamente nel Consiglio tribale solo attraverso le autorità dei loro rispettivi villaggi, ma ne sono tutti soci partecipanti con una scheda specifica d'adesione.
g) Ma come fare per evitare che, per il prezzo del guaranà e il sentore che la loro società progredisca più velocemente di quella intorno, gli indios siano invidiati, e quindi osteggiati, dalla popolazione cabocla? Il modo più diretto e conseguente, per i Sateré-Mawé, è quello di valorizzare ancor più il loro proprio guaranà, creando mercato anche per il materiale di scarto della fabbricazione della polvere: il casquilho!
Il casquilho, la pellicola del seme di guaranà che si solleva con la torrefazione, miscelato con la polvere ma altrettanto bene da solo, è una materia prima fondamentale nella produzione dello sciroppo, del refresco o del refrigerante di guaranà (in Brasile, quest'ultimo, è più venduto della Coca Cola). La forte integrazione al commercio equo e il legame unico al mondo col guaranà rendono credibile la scommessa che i Sateré-Mawé possano riuscire in quel che le grandi industrie brasiliane e internazionali non sono ancora riuscite: aprire una breccia significativa, e a costi di marketing ragionevoli, nel mercato europeo. Tuttavia, per fornire questa linea di prodotti, o fasi intermedie della loro lavorazione, occorre una scala di produzione di casquilho che i Sateré-Mawé non potrebbero, e neppure vogliono (considerando il tetto ottimale di espansione previsto in un quadro di armonia socio-ambientale), soddisfare da soli.
Da questa prospettiva nasce l'alleanza con Agrorisa (la piccola impresa di Maués a cui finora è stato terziarizzato il servizio di trasformazione in polvere e commercializzazione per il CGTSM) e con la Coop. di Urucará (l'altro partner produttore di guaranà del Commercio Equo italiano) per costruire un'impresa consortile comune. Da qui nasce, di conseguenza, una benevola atmosfera di incoraggiamento politico-istituzionale intorno al progetto, che fa da contraltare agli interessi retrivi che se ne sentono minacciati. Da qui comincia ad abbozzarsi, di conseguenza, nella società locale, un modo tutto nuovo di guardare agli indios.
Tutto ciò non esaurisce gli aspetti strutturali del progetto guaranà. Bisognerebbe parlare quantomeno delle implicazioni di 3 sub-progetti in fieri:
I) il 'progetto legno rosa' di riforestazione, estrazione controllata e parziale sostituzione della potatura al taglio dell'albero, una sfida che mettendo fine agli ultimi residui di sfruttamento illegale del legno rosa si propone come la cartina di tornasole della piena credibilità ecologica del 'sateré-mawé éco ga'apypiat waraná mimotypoot sése';
II) la collaborazione con le organizzazioni indigene Sateré-Mawé dei maestri di scuola per permeare del 'progetto guaranà' la conquista recente della didattica bilingue dandole un significato convincente e comprensibile alle nuove generazioni, chiamate a difendere l'identità tradizionale mentre sono proiettate nel mondo del futuro - collaborazione finalmente praticabile senza resistenze burocratiche, oggi che il presidente dell'organizzazione riunificata dei professori dell'Andirà è anche presidente del Consiglio statale per l'educazione indigena differenziata dell'Amazonas.
III) Infine, la prospettiva di collaborazione con le organizzazioni degli agenti di salute indigeni per articolare un'imminente diversificazione dei prodotti per il sistema del commercio equo (quasi tutti di tipo salutistico e rivolti soprattutto al target delle farmacie ed erboristerie) con il riscatto dell'auto-cura, tradizionale e non.
Nondimeno, tutto ciò costituisce invece l'insieme dei temi direttamente collegati alla formazione del prezzo - o del valore - del guaranà ai quali già corrispondono a bilancio voci di spesa della rendita corrispondente… tranne uno: il punto da cui siamo partiti e a cui dobbiamo tornare.
Una piccola infrastruttura di ricezione nei pressi del villaggio di Umirituba ('capitale' dei Sateré-Mawé, in cui sta la maloca grande per le riunioni del Consiglio Tribale); un'imbarcazione adeguata dal punto di vista degli standard di comfort, da gestire assieme all'ASPAC di Silves avendo in vista la proposta di un 'pacchetto' congiunto e poi molta formazione: per le guide indigene da professionalizzare e per le poche comunità, famiglie, o persone del basso Río Andirà che scelgano di essere coinvolte nel 'percorso' e quindi nel contatto reiterato (una formazione per ciascuno mirata sulle funzioni specifiche, per tutti fondata sulla messa a disposizione delle conoscenze antropologiche che permettano all'indio di avvicinare il turista con la sensibilità adeguata, intendendone e rispettandone la psicologia). Questi gli elementi essenziali del progetto 'Turismo Responsabile'.
Molti sarebbero i benefici (reddito generato a parte, su cui non è il caso di insistere perché ha per gli operatori indios e il CGTSM lo stesso valore che tutti gli diamo). Anche qui, mi limito all'essenziale:
- riqualificare (con la formazione) e valorizzare come operatori professionali per il CGTSM giovani Sateré-Mawé che già lavorano in campo turistico a Manaus: strettamente collegati, tanto per lacci di famiglia quanto attraverso forme associative indigene urbane, alla comunità e alla società tribale, ma immersi giocoforza, fino ad oggi, in una logica di sopravvivenza che poco ha a che vedere col 'Turismo Responsabile'. (E va considerato che in ogni caso, l'appoggio alla comunità urbana, e in particolare agli studenti indigeni, è un compito inderogabile del CGTSM, di cui il progetto guaranà già deve farsi carico)
- creare una comunicazione con la comunità di Silves, nella stessa prospettiva del rapporto con la comunità di Urucarà, che permetta una crescita comune nell'interscambio pragmatico di esperienze e nel fiorire di forme di collaborazione.
- poter avere a Umirituba un luogo di ricezione che, oltre ai 'turisti responsabili', permetta di ospitare, quando necessario, i variegati partner del CGTSM, specialmente in occasione di incontri, assemblee, conferenze ecc.

E qui già cominciamo ad avvicinarci al punto veramente strategico, che fa del turismo una componente strutturale del progetto guaranà. Il punto, è la trasparenza.
Chi può dire, senza sobbarcarsi il pesante onere di una problematica verifica, fino a che punto quel che vi ho raccontato è vero? Fino a che punto non è, volontariamente o no, distorto? La parte impalpabile di quei valori che ho descritto sta veramente lì dentro quel vasetto di vetro sullo scaffale? Ho parlato, per molti aspetti, di fatti di luoghi lontani, dispersi nello spazio e nel tempo: spesso di eventi ciclici, puntuali e periodici che avvengono o sono avvenuti in luoghi quasi tutti finora inaccessibili, o quasi, anche a me, attraverso forme di telecomunicazione.
Quanto a me poi, io lavoro per il CGTSM. Sono di parte. Il CGTSM é ormai in grado di sostenere tutti i costi della consulenza e dei servizi di coordinamento e promozione di ACOPIAMA (l'associazione per la quale lavoro in Brasile), che riceve per farsene carico 4 di quei 40 dollari per ogni kg di guaranà venduto e dipende dal CGTSM per funzionare. Anche gli altri, di per sé molti, europei che hanno avuto contatti diretti con la realtà in questione, sono tutti partecipanti, pezzi della filiera che realizza il prodotto finale, partner del progetto.
Ora, quel che di inestimabilmente prezioso il Turismo Responsabile può invece offrire è la possibilità di chiudere il cerchio, il perfezionamento di un circuito economico-culturale autosostenibile, l'occasione di un libero incontro e dialogo tra produttore primario e consumatore finale.
Certo, vogliamo essere ottimisti: sempre più ci si potrà appoggiare, per garantire il riconoscimento dei valori internalizzati nei prodotti, sulle certificazioni di enti terzi preposti: marchio biologico, marchio ecologico, marchio di equità sociale; e sulla protezione delle denominazioni di origine (DOP). Tutto ciò costerà sempre meno e sempre più saranno trasparenti il metodo e i criteri di attuazione e valutazione dei diversi enti certificatori. E metodo e criteri saranno al massimo grado ragionevoli e pertinenti e aderenti alla realtà.
Tutto questo è necessario, per tutto questo il CGTSM è preparato. Ma in tutto questo, qual è lo spazio per l'Alterità? Come si conciliano l'apprezzamento della diversità culturale dell'altro (la Sua storia, la Sua scienza, gli insegnamenti che trae dalla Sua vita unica e irripetibile) e la classificazione della sua cultura in base a degli standard?
L'antinomia, in realtà, è radicale e inappellabile. Starà a ciascuno di noi riuscire a separare e congiungere, in un solo soggettivo punto di vista, questi due piani di trasparenza: accedere alle informazioni normalizzate, che possono essere davvero usate come tali solo se riconosciute come il frutto di una convenzione interpretativa arbitraria per propria natura; e imparare ad apprendere nel viaggio e dai racconti di viaggio degli altri.
Le responsabilità del Turismo Responsabile sono destinate a diventare più grandi di quelle per le quali è nato." ( Maurizio Fraboni)

Ecco quindi una realtà che ha saputo, in diversi modi e con tutte le considerazioni del caso specifico, percorrere una strada di sviluppo direttamente legata al "villaggio globale" pur mantenendo una sua specificità culturale, produttiva, economica, politica, ambientale ecc.
Il successo di tale progetto è talmente grande e strutturato, come abbiamo visto, da permettere una discreta fiducia nella possibilità di sviluppare attività turistiche responsabili in loco.
Ma non esistono solo i Sateré-Mawé, ci sono anche altri luoghi nel mondo, che non solo non hanno saputo mantenere proprie specificità così forti - del resto anche l'Amazzonia aiuta - ma che sperimentano le conseguenze più negative di un turismo di dimensioni distruttive.
Vediamo quindi più da vicino come si sviluppa l'azione della cooperazione internazionale, proprio nel settore del Turismo Responsabile (per la prima volta), in uno di questi luoghi: la Repubblica Dominicana

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